In un’epoca in cui tutto accelera e si misura in prestazione, riscoprire il valore della lentezza può apparire quasi come un atto controcorrente. E in effetti lo è. Fermarsi quando tutti corrono, prendersi il tempo per sentire quando tutto spinge a reagire in fretta, rappresenta oggi una forma di resistenza silenziosa e preziosa. Ma al di là dell’aspetto culturale o sociale, la lentezza è, prima di tutto, una condizione interiore. È lo spazio in cui il sentire può emergere, senza essere sovrastato dal fare.
Molte persone arrivano a Khambalia portando con sé non tanto un sintomo da risolvere o un problema da chiarire, quanto una sensazione diffusa: la stanchezza di dover sempre inseguire qualcosa, il senso di disconnessione da sé, la difficoltà a fermarsi davvero. E spesso, ciò che manca loro non è una risposta, ma proprio un tempo vuoto, non finalizzato, in cui lasciar emergere ciò che è rimasto inascoltato. Quel tempo che non serve a “produrre risultati”, ma a ritrovare coerenza tra il dentro e il fuori.
La lentezza non è inerzia. Non è passività. È, al contrario, uno stato vigile, ricettivo, disponibile. È un modo di essere nel presente in cui si rinuncia al controllo per entrare nell’ascolto. E in questo ascolto, le emozioni trovano spazio per mostrarsi, il corpo inizia a rilassarsi, la mente si decongestiona. È lì, in quella qualità temporale diversa, che il lavoro sottile può davvero iniziare.
Spesso, le pratiche più trasformative sono anche le più semplici: restare seduti in silenzio, respirare senza forzare, camminare lentamente, ascoltare senza intervenire. Piccoli gesti che, se vissuti con attenzione, diventano veri e propri atti spirituali. Non perché portino a un’illuminazione, ma perché ci riportano a noi stessi, nel punto in cui le cose iniziano a riacquistare senso.
Nel ritmo naturale dell’essere umano esiste una saggezza antica, profonda, che ha molto poco a che fare con la velocità. Il cuore batte seguendo il proprio passo, il respiro si espande e si contrae secondo necessità, il corpo risponde con tempi propri a ogni stimolo. Tutto, in natura, ha un tempo giusto. Anche noi. Eppure, nella frenesia quotidiana, dimentichiamo che la lentezza non è solo un’opzione: è una condizione essenziale per sentire davvero.
Quando ci concediamo lentezza — non solo come ritmo esteriore, ma come postura interiore — accediamo a una profondità che non può essere raggiunta in altro modo. Le emozioni che solitamente ignoriamo iniziano a mostrarsi. I segnali del corpo diventano più chiari. I pensieri smettono di rincorrersi e lasciano emergere intuizioni che erano già lì, ma che non riuscivamo a cogliere. È in quel rallentamento che avviene l’ascolto vero, non quello filtrato dalle aspettative, ma quello capace di accogliere anche l’ambivalenza, il dubbio, il vuoto.
A Khambalia, questo tipo di lentezza è una componente viva delle pratiche che proponiamo. Non esiste una tabella da seguire, un protocollo rigido da applicare. Ogni persona porta con sé un ritmo, e ogni incontro diventa l’occasione per sintonizzarsi su quel ritmo, per rispettarlo, e se possibile, per armonizzarlo. A volte si tratta di fermarsi, semplicemente. Di respirare insieme. Di lasciare che il corpo si esprima con il suo linguaggio. Altre volte, la lentezza prende la forma di un dialogo profondo, che non ha fretta di arrivare a una conclusione.
Nel tempo del sentire, ogni minuto si dilata. Ogni gesto si carica di significato. Non perché diventi straordinario, ma perché è pienamente abitato. E quando la vita è abitata così, anche le cose più piccole iniziano a risuonare.
C’è qualcosa di profondamente trasformativo nella lentezza quando viene vissuta non come mancanza di movimento, ma come disponibilità a rimanere in contatto con ciò che c’è. In un mondo abituato a cambiare rapidamente, a passare da un’esperienza all’altra con leggerezza o impazienza, concedersi il tempo di restare con le cose — anche con quelle difficili, scomode o confuse — è un atto di grande potere interiore. La lentezza, in questo senso, non è solo una questione di ritmo: è uno spazio che si apre.
È lo spazio in cui può avvenire una trasformazione autentica, che non nasce da uno sforzo ma da una disposizione. Quando rallentiamo abbastanza da poterci ascoltare per davvero, quando smettiamo di reagire e iniziamo a percepire, creiamo le condizioni per accorgerci di quello che c’è sotto la superficie. Non sempre quello che emerge è semplice da affrontare, ma è reale. E il reale, anche quando è complesso, è l’unico punto da cui può partire un cambiamento vero.
Questo tipo di lavoro non si può forzare. Ogni processo di consapevolezza ha bisogno del suo tempo, e ogni anima trova i suoi momenti per aprirsi, per lasciar andare, per integrare. A Khambalia, la lentezza viene protetta e onorata proprio per questo motivo. È una lentezza piena, non vuota. Una lentezza abitata da presenza, fiducia e ascolto.
Nel tempo del sentire, anche l’attesa diventa parte del percorso. Non c’è niente da “raggiungere”, nessuna urgenza da risolvere. Solo il ritorno graduale a sé, in uno spazio in cui il tempo non è più un nemico ma un alleato.
Ritrovare questo tempo è già, in sé, una forma di guarigione sottile.
È come rientrare in un ritmo più profondo, più vero. Quello della vita che accade, momento per momento, quando smettiamo di rincorrerla e iniziamo finalmente ad abitarla.





