C’è qualcosa di profondamente umano e antico nel gesto di sedersi in cerchio. Non è solo una disposizione fisica, ma una scelta simbolica che rompe con molte delle dinamiche verticali e gerarchiche a cui siamo abituati. Nel cerchio, non c’è chi sta davanti e chi sta dietro, non ci sono ruoli fissi né posizioni di comando. Tutti sono visibili. Tutti sono testimoni. Tutti, in modo diverso, partecipano al campo che si crea.
Questa semplice forma, che possiamo considerare primitiva in senso sacro e non riduttivo, porta con sé una qualità di presenza diversa. Fin dal primo momento, il cerchio invita a un ascolto più ampio, a un rispetto più profondo, a una disposizione più autentica. È come se l’energia stessa iniziasse a fluire in modo nuovo, non più concentrata in un punto, ma distribuita, viva, condivisa.
A Khambalia, il cerchio è una delle forme fondamentali attraverso cui si manifesta l’incontro. Lo utilizziamo nei percorsi collettivi, nelle serate del sentire, nei cerchi mensili, negli incontri con ospiti. Ma più che un “formato”, è un linguaggio. Una grammatica del sentire che si costruisce nella presenza reciproca, nella fiducia silenziosa, nel lasciar emergere ciò che si muove dentro e tra le persone.
Sedersi in cerchio significa sospendere il bisogno di dire qualcosa di giusto o di interessante. Significa permettersi di esistere così come si è, senza il filtro dell’apparenza o della prestazione. E in questa semplicità, che può sembrare disarmante all’inizio, si apre uno spazio potentissimo. Perché nel cerchio, ciò che accade non è “condotto” dall’esterno, ma generato dal campo condiviso.
Quando più persone si siedono in cerchio con un’intenzione condivisa — anche solo quella di esserci con autenticità — si attiva spontaneamente un campo. Questo campo non è qualcosa di astratto o teorico, ma una realtà percettibile, anche se difficile da descrivere a parole. È fatto di sguardi, di respiri, di vibrazioni sottili. È uno spazio che accoglie senza giudicare, che tiene insieme le diversità senza appiattirle, che permette a ogni singolo di sentirsi parte di un tutto senza perdere la propria unicità.
In questo tipo di spazio, molte delle difese che normalmente indossiamo — inconsapevolmente o per abitudine — iniziano a sciogliersi. Non c’è più bisogno di “fare bella figura”, di spiegare, di convincere. Si può restare in silenzio e, paradossalmente, essere più presenti che mai. Il cerchio permette proprio questo: un’esperienza di presenza che va oltre le parole, in cui ognuno diventa testimone dell’altro e, allo stesso tempo, specchio.
Ciò che rende il cerchio così potente è anche il fatto che nessuno ne ha davvero il controllo. L’energia si muove da sola, guidata dal gruppo, dalla qualità della presenza, dalla verità che emerge spontaneamente. Questo non significa che manchi una guida — anzi, facilitare un cerchio richiede ascolto, centratura e responsabilità — ma la guida non impone un percorso: lo accompagna, lo contiene, lo onora.
Molte volte accade che una parola condivisa da qualcuno risuoni profondamente in un’altra persona, senza che ci sia stato alcun intento. È la magia della risonanza. È il segnale che il campo sta lavorando. In quei momenti, si crea qualcosa che va oltre il singolo. Il gruppo diventa organismo vivo, spazio che guarisce, che sostiene, che trasforma.
Quando il cerchio è autentico, qualcosa si attiva anche sul piano più sottile. Non è soltanto un’esperienza relazionale o emotiva: è una vera e propria pratica spirituale. Lo diventa nel momento in cui ciascuno sceglie di esserci davvero, di lasciar cadere le maschere, di affidarsi al ritmo che il gruppo trova naturalmente. E in questa fiducia collettiva, la trasformazione avviene con una forza e una dolcezza che difficilmente si possono sperimentare altrove.
La spiritualità del cerchio non ha a che fare con dogmi o simboli esterni, ma con un sentire condiviso che unisce le persone al di là delle parole. Non è necessario avere la stessa esperienza o la stessa visione del mondo per entrare in contatto. Basta riconoscere che qualcosa ci accomuna: il desiderio di verità, il bisogno di essere visti, la volontà di camminare insieme, anche solo per un tratto. Nel cerchio, ci si ritrova umani. E questo, in sé, è già un atto sacro.
A Khambalia, questa dimensione si esprime nei nostri cerchi mensili, nelle serate del sentire, negli incontri con ospiti che condividono la loro visione. Ma non c’è bisogno di grandi rituali perché il cerchio funzioni. Talvolta, basta sedersi in silenzio, respirare insieme, lasciare che lo spazio faccia il suo lavoro. Il campo fa emergere ciò che serve: un dolore da lasciare andare, un’intuizione che si svela, una nuova consapevolezza che prende forma.
E quando il cerchio si chiude, ciascuno porta con sé qualcosa che non si può definire facilmente. Non è sempre una risposta. Non è necessariamente sollievo. Spesso è una domanda più chiara, una direzione che si rivela, o semplicemente un senso di pace, quella pace che nasce quando si sente di aver partecipato a qualcosa di più grande, e allo stesso tempo profondamente intimo.
Perché quando siamo insieme, nella verità del momento, lo spazio si trasforma. E con esso, anche noi.





